Al tuo cospetto mi presento, nuda, semplice, consunta dal tempo e dal vero, come i sassolini che girano e rigirano sotto il tuo movimento discontinuo. Resto nuda davanti alla tua possenza, scarnificata dalle leggi eterne che rendono te indomabile, me imperfetta. Avrei voluto essere la tua onda migliore, che si eleva a far l’amore con l’aria.
Sono solo una donna che cerca la scintilla ustionante di vita, ma si ferma sull’orlo del piacere e, procrastinando, aspetta e ripete.
È possibile fermare il giorno che gira su un asse precario, tarlato dal male del mondo? Conosco la caducità delle cose. Abbandono il sentiero pianeggiante dei sogni, recido il filo del palloncino ormai sgonfio e vengo attratta dal labirinto che gli dorme accanto: intrigante è l’ignoto.
Mi ripeto che ho bisogno di stabilità, mente lucida e ferma, e qualche istruzione di vita, ma tu conosci la mia instabilità, l’eterna indecisione di chi sa che scegliere è perdere qualcosa.
Tu calmi le mie tempeste interiori, mentre mi addentro nelle profondità dei tuoi abissi. Un amplesso che oscura persino le stelle.
Danila.
EUGENIO MONTALE, da Ossi di seppia
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace - uomo che tarda
all'atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d'una leva che arresta
l'ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d'un sentiero m'ebbi
l'opposto in cuore, col suo invito; e forse
m'occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai
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