Nel piccolo saggio "Cos'è la poesia" Milo De Angelis scrive dell'archetipo del Riconoscimento. Dall'Odissea, alle tragedie di Euripide, passando per Dante, fino ai giorni nostri il Riconoscimento non è altro che un "conoscersi di nuovo", forse per questo De Angelis lega il Riconoscimento alla Riconoscenza: egli scrive "esser grati a ciò che ci consente di percorrere passo dopo passo i sentieri del nostro destino".
Il Riconoscimento in letteratura avviene fra due personaggi, che han perso le reciproche tracce, fino a ritrovarsi e gioire. Ben lontano dal delfico mónito "conosci te stesso" (γνῶθι σεαυτόν), eppure, a mio giudizio, l'agnizione diventa più profonda e scarnificante, esiziale o salvifica, se rivolta a se stessi.
È curioso, io credo, come il sostantivo ἀνάγνωσις (anágnosis) abbia il significato di "riconoscimento", ma anche di "lettura a voce alta" (in Platone, per es.).
Leggere a voce alta significa estraniarsi da sé, essere un altro, la voce esce dal corpo come non propria, ma si eleva, risuona e torna, e nel leggere ad alta voce, anche solo per se stessi, possiamo conoscerci di nuovo.
Provate a leggere Dante ad alta voce. Risuona in voi diversamente, ci sono passi che portano alla commozione, nel senso latino di "muovere insieme" tutte le sensazioni emotive e fisiche.
E io credo che riconoscere se stessi non sia nient' altro che questo Sentire, per l' appunto scarnificante, esiziale o salvifico.
In basso: la nutrice Euriclea riconosce Odisseo, vaso attico a figure rosse, V sec. a.C.

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